La puntata di Report “Siamo tutti oche” sui Moncler ha scatenato l’ira dei social network sull’azienda diventata famosa per i suoi piumini

I social network, oltre ad essere uno strumento per pubblicizzare il proprio brand, possono diventare un organo di controllo sul comportamento etico delle aziende. In altre parole possono diventare un organo di denuncia al pari di un servizio delle Iene o di uno scoop giornalistico.

I brand oggi investono tantissimi soldi nella promozione sui social network proprio per la loro capacità di raggiungere facilmente una platea enorme di persone. Se in passato era relativamente facile mettere a tacere qualcuno scomodo, con i social network tutto questo non è possibile. Una notizia può diventare virale e in pochi minuti raggiungere milioni di persone. Basta un hashtag e la frittata è fatta. E le notizie che circolano sui social network non si possono censurare. Come può un’azienda minacciare o censurare la Rete?

Internet è un’opportunità, ma il successo si conquista attraverso un comportamento coerente e non censurabile perché altrimenti la Rete ti distrugge. E più sei famoso, più sei obbligato a seguire un comportamento etico. Fino a che si tratta di una piccola azienda locale, i suoi scheletri nell’armadio potrebbero anche rimanere segreti, ma quando si diventa un marchio di successo Mondiale, prima o poi le magagne vengono a galla. Ed è davvero incredibile come i capoccioni che dirigono queste grosse aziende non se ne siano accorte.

E la dimostrazione di tutto questo ci viene da quello che è capitato a Moncler, finita sotto i riflettori per l’inchiesta di Report, la trasmissione di denuncia condotta da Milena Gabanelli e trasmessa da Rai3 la domenica sera. Si tratta di una trasmissione che ha un discreto seguito, ma l’ultima puntata dal titolo Siamo tutti oche ha avuto un seguito che va ben oltre il semplice canale televisivo.

La puntata ha mostrato come l’azienda, nonostante non ne avesse bisogno, abbia spostato la produzione dei suoi piumini in regioni dell’Est dove la manodopera costa pochissimo e come utilizzi anche materiali non di così alta qualità come ci si aspetterebbe da un prodotto rivolto al mercato del lusso. A tutto questo si aggiunge anche il maltrattamento che subiscono gli animali dai quali vengono prelevate le piume utilizzate per l’imbottitura.

Dall’inchiesta di Report si è venuti a sapere che il costo di produzione di uno di questi tanto desiderati piumini è di circa 20-30 euro. Stiamo parlando di capi che vengono venduti a un prezzo anche superiore ai 1000 euro. Di conseguenza si tratta di un margine di guadagno impressionante. Moncler è un’azienda di enorme successo (o almeno lo era fino a domenica scorsa) che ha fatto del Made in Italy il suo marchio di fabbrica. Non c’è piazza dove non ci sia qualcuno che indossi un Moncler.

Eppure di Made in Italy c’è ben poco e non se ne capisce il perché. Anche se fossero prodotti in Italia e costassero due, tre o quattro volte di più, questi famosissimi piumini garantirebbero un margine di guadagno ugualmente elevato. Eppure Remo Ruffini e soci hanno pensato bene di trasferire gran parte della produzione all’estero alla ricerca del maggior profitto, infischiandosene dell’etica e del fatto che così facendo si mette in ginocchio il tessuto produttivo italiano. Sempre più aziende delocalizzano la produzione licenziando i lavoratori in Italia, le stesse aziende che poi però pretendono di vedere i loro prodotti sempre nel nostro Paese sbandierando il Made in Italy. Ma di Italia c’è rimasto ben poco se non il nome e i proprietari.

Quello che negli anni passati ha dato valore al nostro Paese, viene svenduto per pura e semplice sete di denaro. La crisi, quindi, diventa spesso un alibi per consentire agli imprenditori di andarsene all’estero per poter pagare di meno e guadagnare di più. Ma poi inchieste come quelle di Rai 3 dimostrano come la realtà sia spesso diversa da quella che ci viene dipinta.

Ma oggi c’è uno strumento in più che può contribuire a un’inversione di tendenza ed è appunto quello dei social network. Le piattaforme sociali possono veicolare informazioni, fare pressione e aiutarci nel fare acquisti più consapevoli. E la dimostrazione è proprio quello che è successo sui social network all’indomani dell’ultima puntata di Report. Su Twitter non si contano i messaggi di chi, indignato, promette di non acquistare più un Moncler. La pagina ufficiale di Facebook, che conta più di un milione di Mi piace, è stata invasa di post di gente delusa. Se il social network di Mark Zuckerberg consentisse alle persone di dare anche un voto negativo, non ci vorrebbe molto a raggiungere il milione di Non mi piace.

Moncler Facebook

Le scelte strategiche di Remo Ruffini si stanno rivelando poco intelligenti, non solo da un punto di vista etico, ma anche aziendalistico. Il valore del titolo in Borsa dopo la sua collocazione aveva raggiunto un valore superiore ai 16 euro. Solo nella giornata di oggi, all’indomani della trasmissione di Rai 3, il titolo ha perso circa il 6% e vale appena 10,40 euro. La pubblicità negativa che si sta facendo sui social network farà perdere diversi milioni a Moncler e siamo solo all’inizio. Quanti oggi avranno avuto il coraggio di uscire di casa indossando un Moncler? E cosa staranno pensando gli investitori sull’azienda cui hanno affidato i loro risparmi?

L’azienda si è subito prodigata per smentire parte delle denunce di Report e anche sulla prima pagina del suo sito ufficiale oggi spicca una bella immagine con scritto che le piume utilizzate provengono da fornitori altamente qualificati che aderiscono ai principi dell’ente europeo EDFA (European Down and Feather Association). E su tutto il resto come la mettiamo?

Moncler smantita

La smentita è d’obbligo, ma oramai la frittata è fatta. L’eco sui social network è tale che Moncler per riabilitare la sua immagine dovrà fare molto di più di una semplice dichiarazione d’intenti. Un cambio di strategia, come riportare la produzione in Italia, adoperare un controllo maggiore sui fornitori e accettare un guadagno inferiore, potrebbero essere una soluzione. Vedremo cosa deciderà di fare Ruffini. Quello che è successo, però, è un monito per tutte le altre aziende, piccole e grandi, che hanno scelto strade simili. Può essere che ciò che è capitato a Moncler sia di insegnamento e che molti altri, prima che la Rete si accorga di loro e gli si rivolti contro, decidano di correre ai ripari. Non sarebbe bello che la ripresa dell’Italia partisse proprio dai Social Network?