Utenti di Twitter a rischio psicosi. Sarà vero?

twitterSecondo una ricerca condotta dalla rivista “The Journal of Nervous and Mental Disease”, passare troppo tempo su Twitter potrebbe portare a psicosi. Si sa, ogni cosa presa con le giuste dosi, può essere positiva, ma l’eccesso è quasi sempre causa di problemi.

I social network offrono diverse opportunità, ma il loro uso eccessivo può procurare patologia. Ed è proprio quello cui sono giunti alcuni medici intervistati dalla rivista americana che sostengono la teoria che l’uso dei social media può “aggravare o indurre sintomi psicotici” in determinati pazienti particolarmente vulnerabili.

L’articolo prende spunto dal caso reale di una donna di 31 anni di cui i medici in questione si sono occupati nel reparto psichiatrico dell’ospedale Charité-Universitätsmedizin di Berlino, dove la donna era stata ricoverata per disturbi mentali.

In precedenza il soggetto non aveva mai mostrato segni di psicosi o di disturbo della personalità, ma secondo gli amici tutto sarebbe iniziato circa un anno prima da quando era diventata ossessionata da Twitter. La sua ossessione la portava persino a saltare i pasti e a trascurare i rapporti reali per dedicare più tempo all’invio dei messaggini sul social network.

La sua ossessione si è trasformata poi in malattia credendo di scambiare messaggi con un attore segreto attraverso un linguaggio in codice. In seguito ha cominciato a vedere messaggi in codice ovunque, anche nella vita reale, e a credere che ci fosse una qualche setta segreta che la seguisse. Gli autori di questa ricerca credono che sia la struttura stessa di questo social network a favorire determinate patologie mentali in soggetti predisposti o che vivono particolari situazioni psicologicamente precarie. In Twitter, col fatto che si hanno a disposizione solo 140 caratteri, spesso si utilizzano simboli e codici per comunicare e questo può rappresentare un fattore scatenante per queste patologie mentali.

Non tutti i medici, però, sono d’accordo nel demonizzare i social network. Per molti, infatti, possono essere di aiuto per diagnosticare malattie legate alla mente o essere di supporto a persone che hanno difficoltà a comunicare le proprie malattie agli altri.

 

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