Scandalo Facebook, la nostra libertà a rischio. Ma da chi?

Tutti i risvolti di una sporca faccenda in cui il social network di Mark Zuckerberg potrebbe non essere il cattivo ma solo una vittima sacrificale.

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Si è già scritto di tutto sullo scandalo che ha colpito Facebook a causa di Cambridge Analytica, ma quello su cui vorrei che ora tutti riflettessero sono i possibili rischi per la nostra libertà. Ho sempre fatto un uso molto moderato dei social, prediligendo le amicizie e le frequentazioni reali a quelle virtuali, considerando il contatto fisico col mondo che mi circonda molto più importante. Ma pur non condividendo le abitudini delle varie community online, non vorrei che qualcuno le osteggiasse: è e deve rimanere una libertà di chiunque scegliere come vivere la propria vita, almeno fino a quando questa libertà non vada ad influire su quella degli altri.

Ma dopo tutto quello che è successo, c’è il serio rischio che le cose possano cambiare. Secondo quanto riportato dai vari quotidiani, e ammesso dallo stesso Facebook, Cambridge Analytica ha utilizzato i dati degli utenti del social network per influenzare le elezioni. Questo è stato fatto creando articoli su misura per spingere a votare un candidato piuttosto che un altro. Un po’ come avviene con i messaggi pubblicitari personalizzati che vediamo apparire nel flusso delle notizie.

Attraverso l’uso di questi articoli personalizzati si attua una forma di convincimento psicologico nascosto, facendo in modo che si reputi qualcosa giusto o sbagliato, indipendentemente dal fatto che sia vero o meno. Dal mio punto di vista non è accaduto nulla di nuovo.

Fin dall’antichità i governi hanno cercato di controllare l’informazione perché proprio attraverso questo controllo hanno potuto legittimare il loro potere e spingere la popolazione a fare cose impensabili. Basti pensare alla storia recente col nazismo e il fascismo per capire cosa possa fare la propaganda. Propaganda che si attua proprio attraverso il controllo dell’informazione.

Negli anni sono solo cambiati gli strumenti di informazione, ma il potere continua a controllarli, o almeno prova. Prima c’era la carta stampata, poi è arrivata la televisione e ora c’è Internet. Internet ha stravolto un po’ le cose perché ci si è trovati di fronte uno strumento incontrollabile, dove ognuno poteva dire e fare tutto.

Inoltre il continuo evolversi della tecnologia e la realizzazione di computer sempre più potenti in grado di analizzare miliardi di dati in pochissimo tempo offre a chi ha gli strumenti di gestire i cosiddetti “big data” la possibilità di attuare forme di controllo sulle masse.

Paura o strumentalizzazione?

Lo scandalo di Cambridge Analytica ha portato sotto i riflettori questioni sicuramente importanti, ma c’è il rischio che il tutto venga strumentalizzato e che a perderci, come sempre, sia la collettività.

All’indomani della notizia, c’è stato un susseguirsi di attacchi contro Facebook. Abbiamo assistito al fuggi fuggi generale, all’avvio di class action contro il social network, interrogazioni parlamentari, richieste di comparizione davanti l’UE. Un “tutti contro Facebook” che forse è quantomeno affrettato.

Per tanto tempo mi è parso strano vedere persone andare su Facebook per farsi i fatti degli altri ma non volere che i propri dati siano condivisi. Un po’ come dire “io voglio sapere tutto di te ma tu non devi sapere nulla di me”.

La maggior parte degli esperti si è soffermata sull’analisi dei rischi dell’uso dei nostri dati. Rischi che ci sono sempre stati e che già si conoscevano, mentre la cosa che davvero mi spaventa sono i provvedimenti che verranno presi da chi, in teoria, dovrebbe tutelarci. Sono anni che si parla di fake news, che non bisogna prendere tutto per vero e che sul Web ci sono tantissime persone che, per un motivo o un altro, diffondono notizie false. Ma non è chiudendo Facebook o mettendo il bavaglio a un sito che si risolve il problema. Le notizie false continueranno a circolare perché oramai Internet è inarrestabile ed è ovunque.

Molti, forse, hanno dimenticato che Facebook è una società privata con migliaia di dipendenti e che non svolge un servizio di utilità pubblica per il nostro bene. È un’azienda che come qualsiasi altra ci offre un servizio in cambio di un guadagno. Nel caso di Facebook il guadagno arriva dalla pubblicità, ed è per questo che raccoglie dati, così come fanno tante altre società.

Anche Google raccoglie dati su di noi, per fornirci risposte migliori quando facciamo le ricerche. Migliori sono i servizi, più saremo incentivati a usarlo. E più lo usiamo, più saranno le aziende desiderose di investire in pubblicità su Google. La vicenda di Cambridge Analytica ha messo in luce l’enorme problema che Facebook ha nel garantire che non si faccia un uso non autorizzato dei nostri dati.

Le informazioni che hanno su di noi Facebook, Google, Apple, Microsoft e tutti gli altri big della Rete fanno molta gola ai governi. I colossi del web fino ad oggi hanno, almeno così si spera, potuto opporsi all’accesso indiscriminato dei nostri dati, ma ora sarà molto più difficile. Ci si prospetta uno scenario preoccupante, in cui i governi, in nome della nostra sicurezza, potrebbero pretendere il controllo su tutte queste informazioni.

Forse dovremmo porci un’altra domanda: è più sicuro che i nostri dati siano in mano a un privato che li utilizza per la pubblicità o in mano a un governo? Io non ho la risposta per tutti, ma ho la mia risposta. Non sono uno dei sostenitori del controllo dell’informazione. Qualsiasi forma di bavaglio è un fatto negativo per cui la cura è peggio del male. Siamo sicuri che chi dovrà controllare, lo farà nel modo giusto, nell’interesse della collettività e non nel suo interesse? Chi controllerà il controllore

Questo scandalo potrebbe offrire finalmente l’occasione che i governi aspettavano da tempo per poter mettere le mani sui dati di Facebook, Twitter, Google e di tutti gli altri colossi del Web. Dati con i quali potrebbero compiere una forma di controllo quasi dittatoriale e mettere davvero a rischio la nostra libertà.

Cose su cui riflettere

Internet ha dato voce a chi non l’aveva e ha permesso di condividere e rendere pubbliche cose che prima sarebbero state chiuse e circoscritte a pochi. Una forma di anarchia dell’informazione che ha portato vantaggi ma che, naturalmente, ha anche sollevato questioni che dobbiamo affrontare.

Ogni progresso ha dei pro e dei contro, non può essere tutto bello. Anche la democrazia, pur essendo migliore di altre forme di governo, non è perfetta e ha dei costi. È stata una conquista e sarebbe stupido rinunciarci per paura. La stessa paura che oggi vorrebbero farci provare per essere legittimati a mettere il bavaglio a Facebook e agli altri social network trasformando Internet in una specie di prigione.

Non voglio dire che tutto deve essere permesso. Ma ogni decisione deve essere ponderata e presa dopo aver analizzato con calma tutti gli aspetti positivi e negativi. Ci sono già organi cui è imputato questo onere. Non ho la soluzione o almeno non ne vedo una buona per tutti, ma sicuramente non la vedo nella censura e nel controllo.

L’unica strada auspicabile, dal mio punto di vista, quella che credo possa portare più benefici è quella che parte dall’informazione. Solo documentandoci, venendo a conoscenza dei rischi e dei limiti che possono avere Internet e i Social Network, possiamo arrivare ad un loro uso consapevole. Non dobbiamo essere attori passivi e dobbiamo essere attenti alle informazioni che condividiamo perché qualcuno potrebbe usarle.

Usiamo la tecnologia e i social per migliorare la nostra vita, ma non diventiamone schiavi. Non perdiamo il contatto con la realtà, il piacere di poter parlare con le persone potendole guardare negli occhi. Non informiamoci attraverso i tweet e i post, ma approfondiamo ciò che leggiamo, attraverso i libri e chi ha acquisito i titoli attraverso lo studio.

Solo l’informazione può renderci davvero liberi…